Orzinuovi, 23 Marzo 2020.

Scriviamo questa intervista dall’epicentro bresciano della pandemia Covid-19.

L’essere così violentemente travolti da questa emergenza ci ha spinti inizialmente a essere ossessionati dalle notizie, dalle statistiche, dalle proiezioni; il bisogno di controllare gli aggiornamenti ogni giorno, più volte al giorno. Siamo arrivati al punto in cui le persone stesse sono diventate numeri in tabelle.
Abbiamo chiamato tutti coloro che sono impegnati in prima linea “angeli”, “supereroi”, “guerrieri”, e certamente la loro dedizione e i loro sacrifici meritano questi riconoscimenti, ma dall’altro lato la verità è che dietro le ali, i mantelli e le armature si celano persone; esseri umani con emozioni, speranze, ma anche fragilità e paure.

Per questo motivo abbiamo voluto parlare con P. B., infermiera della provincia di Brescia.

L’emergenza Covid-19 sta mettendo a dura prova psicologicamente tutti, ma in particolar modo i professionisti in prima linea, come voi infermieri, che passate ogni giorno innumerevoli ore a lottare insieme ai pazienti per la loro vita. Pensi sia utile ricevere un sostegno psicologico alla tua professione in queste circostanze?

L’ordine degli infermieri ha in effetti attivato un numero da chiamare per ricevere sostegno psicologico.

Questa emergenza non è pesante solo fisicamente, ma soprattutto psicologicamente: si arriva ad un punto in cui le forze iniziano a mancare, la positività svanisce e ciò che rimane è lo sconforto. Iniziano vacillare tutte le certezze, inizi a non sentirti più all’altezza di questo ruolo, non ti senti un eroe, ma ti senti quasi inutile perché nonostante i tuoi sforzi non ci sono i risultati sperati e perché vedi passare davanti a te tante vite che si spezzano in poco tempo.

Questo per dire che l’impatto emotivo è tosto, ti lacera dentro ed è difficile anche esternarlo.

 

Per i pazienti e i loro familiari è prevista una forma di sostegno psicologico?

Prima dell’inizio della mia quarantena no, ora non saprei.

(Al momento, in Lombardia è stato attivato il Pronto Psy gratuito, disponibile al numero 379-1898986. Inoltre, l’ASST Franciacorta ha attivato un servizio di consulenza telefonica psicologica gratuita, contattando i numeri: 030-7103715; 030-7103117, ndr).

 

Se dovessi proiettarti avanti di un anno, che cosa pensi che ti rimarrà impresso maggiormente di questo periodo?

Questo periodo sarà impossibile da dimenticare.

Non dimenticherò mai gli sguardi di paura dei pazienti che hanno “fame d’aria“, e non perché non li avevo mai visti prima, ma perché non ne avevo mai visti così tanti contemporaneamente. È una scena che si ripete per ogni paziente: tutti con lo stesso sguardo di paura, coscienti di tutto ciò che gli sta attorno, che ti implorano di promettergli che andrà tutto bene.

Non dimenticherò mai i pazienti morti da soli: se vieni ricoverato non vedi più nessuno di familiare, solo persone bardate dalla testa ai piedi. Questo virus distrugge le famiglie, non gli permette di stringere la mano alla persona che amano mentre se ne sta andando. Quello che logora è che i pazienti lo capiscono quando stanno per andarsene, ma non gli è concesso nemmeno un ultimo abbraccio.

Non dimenticherò mai i turni infiniti, l’aria che ti manca, il caldo, la voglia di una pausa per bere solo un goccio d’acqua, mica il caffè, quello non ci è concesso. Non dimenticherò mai la difficoltà di compiere qualsiasi gesto che prima facevo senza nemmeno pensarci: con due paia di guanti ti senti legato, non hai il tatto, e anche semplicemente reperire un accesso venoso diventa difficile. Così finisce che inizi a sudare perché sei bardato dalla testa ai piedi, ma è impossibile asciugare le goccioline di sudore perché non ti puoi assolutamente toccare il viso per non rischiare di essere infettato. Finché poi la paura si concretizza in una conseguenza reale: io stessa sono stata contagiata da questo mostro invisibile mentre assistevo i pazienti con Covid. In quel momento non ho avuto più paura soltanto per me, ma anche per la mia famiglia: ho vissuto giorni temendo di contagiare anche loro.

Allo stesso modo, però, non dimenticherò mai le persone che hanno preso e continuano a prendere questa situazione alla leggera. Non mi dimenticherò la rabbia nel vedere gente che passeggia come se nulla fosse, come se si sentissero invincibili. 

 

Voi infermieri siete da sempre figure fondamentali nella presa in carico dei pazienti, il vostro lavoro vi mette in continuo dialogo con la sofferenza. Tuttavia, questa è una situazione d’emergenza, in cui la probabilità di contagio è alta. Come riuscite ad affrontare questa sfida quotidiana?

Affrontare ogni giorno questa situazione non è facile.
Ti svegli motivata, vai al lavoro e vedi le facce dei tuoi colleghi stanche, distrutte, demoralizzate. Non è facile, ripeto, ma i miei non sono semplici colleghi, siamo una famiglia. Ci facciamo forza l’un l’altro, ci sosteniamo cercando di fare del nostro meglio anche se non è mai abbastanza sopratutto per la carenza di personale.

 

Come consigli di spiegare l’emergenza a chi non si rende ancora conto di quanto sia drammatica la situazione?

Credo che non sia facile spiegare e tantomeno capire questa maxi emergenza.

Forse solo chi la vive in prima persona la comprende fino infondo.
Finché non ti tocca da vicino non ti sembra neppure reale e pensi sia solo enfatizzata dai media.
A tutti coloro che ancora si ostinano a condurre una vita del tutto normale, chiedo di pensare solo per un attimo, alla persona più cara che hanno…
Ora pensate che questa persona diventi positiva al virus, che fatichi a respirare e necessiti di un ricovero ospedaliero. Immaginate che un posto per questa persona non ci sia perché gli ospedali sono saturi, ma che se per grazia divina il posto lo si trova (probabilmente lasciato da una persona deceduta) quella potrebbe essere l’ultima volta che vedete il vostro caro senza aver la certezza di poterlo riabbracciare. Ora immaginatevi a casa aggrappati al telefono in attesa di una telefonata dell’ospedale o ancora che siate voi a chiamare ad ogni minuto senza ottenere risposta.

Ora ditemi… cosa fate?
Andate ancora a correre?
Uscite ancora tutti i giorni per avere il pane fresco?

 

Che cosa consiglieresti a dei tuoi colleghi infermieri che si stanno preparando ad accogliere i primi pazienti con Covid-19?

Io ero la prima a vedere questo virus come una cosa lontana da noi.
Era in Cina, figurarsi se arrivava qui da noi! Eppure, eccolo.
Il consiglio che mi sento di dare ai colleghi che si trovano in zone in cui l’emergenza non è ai nostri livelli è quello di stare il più attenti possibile: usate tutti i dispositivi di protezione individuale per tutelare la vostra salute, lavate la mani fino a renderle di carta vera (perché le nostre mani ormai non sono più normali, nonostante i quintali di crema messa) e infine cercate di prendere tutte le precauzioni possibili anche in casa per evitare di contagiare la vostra famiglia.

 

Grazie a P.B. e a tutti i superumani che sono impegnati nella gestione dell’emergenza Covid-19.